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Joseph Brodsky

Wolf

Fondamenta degli incurabili

  

Una corsa in gondola costa cara. Possono permettersela soltanto i turisti stranieri, ma quelli facoltosi. Questo spiega l'età media dei passeggeri che si vedono sulle gondole: un settantenne può scucire senza batter ciglio un decimo del suo stipendio di insegnante. La vista di questi Romei decrepiti e delle loro Giuliette in menopausa è invariabilmente triste e imbarazzante, per non dire sinistra. Per i giovani, cioè per coloro ai quali una cosa del genere sarebbe intonata, una gondola è tanto inaccessibile quanto un albergo a cinque stelle. L'economia riflette la demografia, d'accordo; ma la cosa è doppiamente triste, perché la bellezza, invece di promettere il mondo, è ridotta a esserne la mercede.

Tra parentesi, è questo a spingere i giovani verso la natura, dove tutto si può gustare gratis (o a buon mercato, per essere precisi) e tutto è esente - cioè immune - dai significati e dalle invenzioni presenti nell'arte o nell'artificio. Un paesaggio può essere eccitante, ma la facciata di un Lombardo ti dice dove puoi arrivare. Ci sono molti modi per guardare le facciate, e salendo su una gondola si sceglie il modo autentico, quello originale: così puoi vedere quello che vede l'acqua. Certo, nulla potrebbe essere più lontano dai pensieri della gente del posto, affaccendata a correre di qua e di là nei suoi impegni quotidiani, del tutto indifferente o addirittura allergica allo splendore che la circonda. Tutt'al più, per quello che riguarda l'uso della gondola, la gente si fa traghettare da una riva all'altra del Canal Grande o ci carica un acquisto ingombrante - qualche sedia, diciamo, o una lavatrice - da portare a casa.

Ma non sono queste le occasioni in cui un traghettatore o il proprietario di una barca si metterebbe a cantare 'O sole mio. Forse l'indifferenza delle persone del posto riproduce quella dell'artificio verso il proprio riflesso. Potrebbe essere, questo, il loro argomento decisivo contro l'uso della gondola; ma ad esso si potrebbe ribattere con l'offerta di una gita in gondola di notte. E un'offerta alla quale una volta non ho potuto resistere.

Era una notte di luna, fredda e tranquilla. Sulla gondola eravamo in cinque, comprendendo il proprietario, un ingegnere del posto, che per tutto il tempo, insieme alla sua ragazza, pensò al remo.

La gondola si mosse su e giù, a zig-zag, come un'anguilla, attraverso la città silenziosa che incombeva sopra le nostre teste, cavernosa e deserta, simile, a quell'ora così tarda, a un'immensa scogliera corallina più o meno rettangolare oppure a una successione di grotte disabitate. Era una sensazione tutta particolare: trovarsi in movimento dentro quegli stessi canali che di solito lo sguardo scavalca per passare da una riva all'altra; era come acquistare una dimensione in più. Ben presto ci affacciammo nella Laguna, diretti verso l'isola dei morti, San Michele. La luna, straordinariamente alta e sottile, simile a una enigmatica «t» per via di una nuvola che la incrociava, lasciava appena una traccia sulla superficie dell'acqua; e la gondola scivolava anch'essa senza il minimo rumore.

C'era qualcosa di erotico, senza dubbio, nel trascorrere del suo agile corpo sull'acqua, senza rumore, senza traccia - qualcosa che so migliava molto allo scorrere della tua mano sulla pelle levigata di una donna. Erotico: perché non c'erano conseguenze, perché la pelle era infinita e pressoché immobile, perché la carezza era astratta. La gondola era forse un po' appesantita dalle nostre cinque presenze, e l'acqua cedeva momentaneamente sotto lo scafo solo per richiudere il varco dopo un secondo. Lo scafo, poi, governato da un uomo e da una donna, non era neppure mascolino. Era infatti un erotismo non di sessi ma di elementi, una perfetta unione delle loro superfici, entrambe lisce, laccate. La sensazione era neutra, quasi incestuosa, come se sotto i tuoi sguardi un fratello accarezzasse la sorella, o viceversa. Così girammo intorno all'isola dei morti e ritornammo verso Cannaregio.

Le chiese, ho sempre pensato, dovrebbero restare aperte tutta la notte; o almeno dovrebbe quella della Madonna dell'Orto - non tanto in ricordo dell'ora probabile dell'estremo tormento dell'anima quanto per la meravigliosa Madonna col Bambino che vi è custodita. Avrei voluto sbarcare lì e dare un'occhiata al meraviglioso dipinto del Bellini, ai tre centimetri che separano il palmo sinistro della Madonna dal piede del Bambino. Quei tre centimetri - ah, molto meno! - sono la distanza che divide l'amore dall'erotismo. O forse lì è la punta estrema dell'erotismo. Ma la porta era chiusa, e noi proseguimmo in quella galleria di grotte, in quella miniera piranesiana, abbandonata, piatta, rischiarata dalla luna, con quel rado baluginare di minerale elettrico, fino al cuore della città. Comunque, adesso sapevo che cosa può significare per l'acqua essere accarezzata dall'acqua.

 
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